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«La Biodiversità rurale della Calabria»

Il New York Times ha stilato la consueta lista dei luoghi da visitare nel 2017. Nella classifica elaborata dal quotidiano americano e che comprende 52 località ‘imperdibili’ solo una italiana: la mia regione, la Calabria, che è stata selezionata per le sue eccellenze enogastronomiche, conquistando il 37esimo posto. Ovviamente questo risultato inorgoglisce, ma nello stesso tempo deve caricare tutti, ad iniziare dalla classe politica regionale, di nuove responsabilità, e deve servire da stimolo per promuovere le politiche su ambiente, turismo e filiera agroalimentare, con particolare attenzione al mantenimento della biodiversità rurale.

La biodiversità legata agli ecosistemi naturali si riduce man mano che aumentano i fattori di pressione che peggiorano la qualità ambientale di questi ecosistemi. Poiché i sistemi agricoli non sono altro che ecosistemi modificati dall’uomo a scopo produttivo, anche in questo caso la biodiversità subisce delle variazioni; si parla infatti di agrobiodiversità e cioè diversità legata ai sistemi agricoli. Dal punto di vista agroalimentare la Calabria possiede una grande biodiversità, favorita dalla sua geomorfologia, dal clima e dal fatto che il mio territorio ospita gli ambienti semidesertici del sud, fino a quelli appenninici, dall’Aspromonte al Pollino.

Questi fattori, uniti agli interventi umani e alle onde migratorie che hanno lasciato la loro impronta, sono alla base del grande patrimonio di agrobiodiversità che ha dato origine alla nostra gastronomia, così ricca e diversa da provincia a provincia, ma spesso anche da città a città. Durante il processo evolutivo dell’agricoltura, l’uomo ha selezionato nel tempo innumerevoli varietà frutticole, cerealicole, ortive, in base alle sue necessità, guardando all’aspetto produttivo, qualitativo, sanitario etc. Ciò è avvenuto anche per le razze animali, in cui si è cercato di allevare i soggetti migliori, più produttivi e più facilmente adattabili alle diverse condizioni climatiche e di allevamento. Da studi effettuati dal Ministero dell’Ambiente, risulta che in Italia sono spariti negli ultimi 25 anni ben 15 specie di suini, 11 di bovini, 9 di pecore, 4 di asini, 2 di cavalli.

Contemporaneamente vi sono specie che sono a rischio di estinzione come 14 bovine, 6 asinine, 8 suine, 6 di pecore, 5 di capre e 6 di galline. Per le specie vegetali le cose non vanno meglio, infatti se noi guardiamo i dipinti di nature morte del Bimbi (pittore del 1600 che operava a Firenze), possiamo vedere molte varietà di pere, mele, uva, pesche, susine, ciliege. Oggi invece troviamo in commercio praticamente soltanto tre gruppi di mela e per le pere la situazione non è migliore. Molto più allarmante è la situazione a livello mondiale, dove solo dieci specie vegetali danno origine al 90% della produzione agricola da cui ricaviamo nutrimento.

Senza le vecchie varietà, le nuove non potrebbero riprodursi e non potrebbero sopravvivere, per cui probabilmente il futuro dell’agricoltura non dipenderà dagli ibridi o dagli ogm, ma dalle specie selvatiche e dagli agricoltori. In Calabria, e soprattutto nella collina e montagna si possono ancora trovare vecchie razze, varietà fruttifere e ortive ancora gelosamente custodite da agricoltori molto legati al territorio e alle tradizioni.

Sono ancora presenti molte altre varietà di frutti dimenticati, soprattutto nelle vicinanze delle case coloniche ormai abbandonate: oltre a pere e mele di cui non si conosce la varietà possiamo trovare anche ciliegi, susini, mandorli, fichi etc. Una ricerca dettagliata di questi frutti biodiversi sarebbe auspicabile, soprattutto finalizzata a un recupero del germoplasma, onde evitare il rischio di erosione genetica e riproporne la coltivazione, sia pure in aree limitate e per produzioni ridotte, soprattutto nelle aziende biologiche.

Dalla biodiversità rurale, cioè quella legata all’agricoltura, deriva la biodiversità gastronomica che nel nostro territorio è così importante ed apprezzata da tutti, ed ora anche dal New York Times. Solo grazie a una elevata biodiversità fatta di prodotti agroalimentari strettamente legati al territorio è stato possibile nel tempo mettere a  punto, da parte delle massaie calabresi e ristoratori illuminati , innumerevoli ricette dal sapore unico e vario da zona a zona e addirittura da paese a paese. Si ricorda che generalmente il cibo locale ha un gusto superiore in quanto deriva da prodotti coltivati vicino al luogo in cui sono consumati, quindi più freschi e maturi.

Il cibo locale, soprattutto se acquistato direttamente dal coltivatore, non è un cibo anonimo ma è legato all’area di produzione e viene spesso identificato con il produttore stesso; oggi si sta diffondendo la tendenza di costituire dei gruppi di acquisto solidali (GAS) che possono calmierare i prezzi e garantire il permanere di un’agricoltura locale. Anche attraverso la scelta del cibo noi consumatori possiamo incidere sulla salvaguardia del territorio, attraverso il mantenimento dell’agricoltura locale che, soprattutto in collina e montagna, svolge un importante ruolo di presidio del territorio contro il dissesto idrogeologico e l’abbandono.

Attraverso la scelta del cibo quotidiano, possiamo contribuire in modo determinante alla salvaguardia della biodiversità agraria: i prodotti agroalimentari che troviamo sul mercato sono il frutto della domanda dei consumatori e siccome molti non conoscono buona parte delle produzioni tradizionali, ormai difficili da reperire, ovviamente non le richiedono (e nessun produttore coltiverà ciò che non richiede il mercato). Solo una buona conoscenza dei prodotti tradizionali può permettere al consumatore di richiederli sul mercato e solo così gli agricoltori riorienteranno le loro produzioni che non saranno più a rischio di estinzione.

 

Silvio Greco

Docente di Sostenibilità ambientale, Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo

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