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La legge sul caporalato ha un anno. Ma Coldiretti denuncia: “I paesi dai quali importiamo non seguono le stesse regole”

Esattamente un anno fa la Camera dei Deputati approvava definitivamente la legge di contrasto al caporalato e oggi al Ministero delle Politiche agricole si è tenuta una riunione (proprio nella Sala Paola Clemente, dedicata alla lavoratrice pugliese morta nei campi) per fare il punto sull’attuazione del provvedimento e sui suoi effetti. Secondo il ministro Martina ”Il contrasto al Caporalato e’ stato rafforzato e l’applicazione della norma contro il lavoro nero nei campi procede bene. Lo dicono le decine di indagini aperte e l’aumento dei controlli”. D”accordo con lui, con qualche distinguo e molte aspettative per il futuro di una legge giovane ma considerata valida, i ministri Poletti, Minniti e Orlando, i sindacati, le associazioni, l’Inps.

Ma la riflessione più interessante è stata offerta da Coldiretti: secondo l’analisi presentata dall’associazione in occasione della riunione presso il Ministero dell’Agricoltura, infatti, si stima  che siano coltivati o allevati all’estero oltre il 30% dei prodotti agroalimentari consumati in Italia anche da paesi extracomunitari dove non valgono gli stessi diritti sociali dell’Unione Europea e dell’Italia. Dal riso asiatico alle conserve di pomodoro cinesi, dall’ortofrutta sudamericana a quella africana in vendita nei supermercati italiani fino ai fiori del Kenya, quasi un prodotto agroalimentare su cinque che arriva in Italia dall’estero non rispetta le normative in materia di tutela dei lavoratori, a partire proprio da quella sul caporalato, vigenti nel nostro Paese. I prodotti stranieri che arrivano in Italia, secondo Coldiretti, sono spesso il frutto di un “caporalato invisibile” che passa inosservato solo perché avviene in Paesi lontani. E tutto questo nell’indifferenza delle Istituzioni nazionali ed europee che anzi spesso alimentano di fatto il commercio dei frutti dello sfruttamento, con agevolazioni o accordi privilegiati per gli scambi che avvantaggiano solo le multinazionali.

“E’ necessario, invece, -afferma Moncalvo- che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri a tutela della dignità dei lavoratori, garantendo che dietro tutti gli alimenti, italiani e stranieri, in vendita sugli scaffali ci sia un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore a sostegno di un vero commercio equo e solidale”. Un esempio, prosegue la Coldiretti, è rappresentato dalle importazioni di conserve di pomodoro dalla Cina al centro delle critiche internazionali per il fenomeno dei laogai, i campi agricoli lager che secondo alcuni sarebbero ancora attivi, nonostante l’annuncio della loro chiusura. Nel 2016 sono aumentate del 36% le importazioni in Italia di concentrato di pomodoro dal Paese asiatico che hanno raggiunto 92 milioni di chili, pari a quasi il 10% della produzione nazionale in pomodoro fresco equivalente.

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